10 gennaio 2026




Ci sono luoghi che sono memoria pura.
Ho lavorato sette anni in una stazione di campagna da cui infine sono fuggito per poi, tempo dopo, ritornare con la macchina fotografica.
Gli alberi ritratti nella foto erano poco più che cespugli e li ho ritrovati forti e alti. La luce grigia, i rami spogli, il canale assetato sono elementi che conferiscono all'immagine un'aura malinconica.

Amo fotografare alberi, sono tra i miei soggetti preferiti. Nelle foto di paesaggio in genere preferisco fare a meno dell'elemento umano che, quando è presente, sembra quasi sempre immobile, statuario, metafisico. Questi giganti vegetali sembrano quasi sostituirsi all'uomo, prenderne non solo le sembianze ma la funzione: si mettono in posa, si schierano e sembrano osservarti.

Le radici nell'acqua proprio come la gente che abita questi luoghi che non a caso vengono chiamati Terre d'acqua. Lo stradone taglia in due la risaia dove si intravede il riso appena tagliato. E' la stagione del riposo.

Nelle mie foto cerco sempre di addomesticare il paesaggio: prima di fotografarlo ho bisogno di trovare l'ordine nel disordine, di estrarre la purezza da ciò che è contaminato. Non ho mai creduto nella fotografia della verità. La fotografia è inganno, finzione, addomesticamento.

In questa foto il paesaggio gioca divertito con la memoria e riannoda lungo il tempo ricordi sopiti che tramite lei tornano in superficie a disturbare la pacatezza del mio presente.

Ed è un disturbo terapeutico.

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