6 gennaio 2026




La campagna lequilese è disseminata di vecchi pozzi per la maggior parte ormai secchi ma che un tempo fornivano l'acqua per l'irrigazione dei campi.
Sono ancora presenti in gran numero e non c'è “ciardinu“, (giardino, come vengono chiamati gli orti disseminati nelle campagne a ridosso dei centri abitati) che non ne presenti almeno uno: semplici costruzioni in tufo delimitati da due colonne il cui scopo era quello di reggere la travetta sulla quale era montata una carrucola. Spesso, a fianco al pozzo era presente una vasca di raccolta dell'acqua (pelune).
In ogni ciardinu il pozzo si erge come una silenziosa sentinella.

Una delle cose che amo di più quando sono a Lequile è recarmi a Lecce in bicicletta, inforcando la mia B-Twin da corsa, nera.
Il primo tratto di strada che percorro è una stradina di campagna abbondante di curve che costeggia una teoria di orti coltivati a rape, finocchi, carciofi e altre tipologie di ortaggi, delimitati da un reticolo di muretti a secco.
Di tanto in tanto capita di incontrare qualche contadino intento alla manutenzione dei campi, vecchie Panda o Apecar parcheggiati nei frequenti spiazzi, questi ultimi aventi la funzione di permettere gli incroci tra mezzi provenienti in senso contrario, data la ridotta larghezza della carreggiata (problema che non riguarda chi, come me, si sposta in bicicletta).
Questa stradina mi permette di giungere a San Cesario, in corrispondenza dell'incrocio che immette sulla sp 362, Galatina-Lecce.
La provinciale, in direzione Lecce, è costeggiata da numerose attività artigianali e soprattutto commerciali. Una di queste è la pasticceria Natale del patron pasticciere Fernando Natale il cui pasticciotto è, a mio avviso, il migliore in assoluto dei dintorni. Ed è qui che osservo la sosta intermedia del percorso, in questo locale collegato con un importante rivenditore di mobili e oggetti per la casa, arredato con tavolini bassi variamente colorati, un divano e un lungo tavolo alto con sgabelli. Consumo la colazione mentre osservo il viavai degli avventori, la bella confusione accanto ai distributori di bevande dove può capitarti di scambiare qualche battuta o chiacchiera con sconosciuti. La gentilezza delle commesse mi saluta mentre lascio il locale e torno a inforcare la bicicletta in direzione Lecce.
Superata la grande rotatoria che immette sulla tangenziale eccomi alla periferia di Lecce, rione Ariasana.
Quando ero bambino i miei genitori gestivano un negozio di alimentari in questo rione. Di quei giorni ho un ricordo che ritorna spesso: un mattino d'estate, tra i resti di un falò notammo, io e i miei amici, un oggetto con fattezze umane ridotto in cenere. si sparse ben presto la voce che fossero i resti di un ragazzo che era stato bruciato vivo durante la notte. Non ho mai pensato di indagare la verità e non so dire se quello fosse un corpo umano o un manichino (cosa, quest'ultima, assolutamente probabile) mentre quella scena si radicava con grande forza nella mia memoria.
Ancora oggi, questo episodio e i panini con la "Cremalba" sono i due unici ricordi di quei giorni all'Ariasana.

Giunto finalmente in Piazza Sant'Oronzo sono al centro della città e sono in bicicletta. Primo pensiero: ritrovarmi al centro della città dopo esserci arrivato non con un mezzo a motore o con un mezzo pubblico ma in bicicletta, una protesi delle gambe, le mie gambe, mi infonde un senso di indipendenza fisica, mi fa sentire parte della città, un po' come dire: guardate, leccesi, non sono un ospite, non sono un turista di passaggio, sono uno dei vostri, uno di questa città. E mi sembra di chiudere un cerchio dopo quarantatré anni, di risolvere il mio spaesamento oppure di ingarbugliarlo. 

Sotto un cielo indaco solcato da grandi cavalloni di nuvole bianchissime parcheggio la bicicletta "All'Ombra del Barocco", il caffè letterario della Libreria Liberrima racchiuso dall'elegante Corte dei Cicala. Mi riposo, osservo l'andirivieni dei turisti, scrivo sul taccuino, immerso in questo lattiginoso scirocco. Tra poco tornerò a casa.




Nessun commento: