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22 maggio 2026

Marcovito Blues/4


La cava è un vuoto che genera pieno
deformazione che genera forma
fatica che genera grazia
l'uomo che scava dentro di sé
ogni scalpellata una storia
impressa sulla parete.
Lo scalpellino
sbozza
martella
incide
taglia
e ogni gesto è una favola narrata
da pietra viva e pulsante.
Tutto nasce da qui.



Rodolfo Marotta

07 marzo 2026

Marco Vito Blues/2



Nella fotografia di paesaggio può esserci un coinvolgimento emotivo, culturale, affettivo tra il soggetto e l'operatore tale che possa non essere captato dall'osservatore.
La coincidenza di sentimento, la mediazione del soggetto tra operatore e fruitore è uno dei grandi misteri della fotografia.

Nel caso specifico, l'enorme parete della cava, con i segni del lavoro estrattivo ancora presenti, mi collega non solo all'arte barocca cittadina ma alla sua essenza profonda, al contempo coinvolgente tutti i sensi, profondamente vissuta. sento viva l'esperienza vissuta, in questa foto, la avverto in tutta la sua potenza.
Posso prevedere che una persona che viva in quel paese possa condividere la medesima esperienza? Probabile.
Posso prevedere che una persona che non viva in quel paese possa condividere la medesima esperienza? A questa domanda non esiste una risposta certa. Forse talune immagini posseggono caratteristiche universali, altre no. Le prime hanno un alto potere di condivisione, le altre, viceversa, richiedono alti livelli di esperienze condivise.




Rodolfo Marotta

31 gennaio 2026

Marcovito blues


Marcovito è la cava di pietra leccese situata nella periferia sud del capoluogo salentino. La sua pietra ha generato la materia del suo famoso barocco.
Col tempo questa cava fu abbandonata e addirittura ridotta a discarica, recentemente recuperata secondo un progetto dell'architetto portoghese Alvaro Siza, è tornata fruibile ai cittadini, trasformata in parco urbano, dominata dalla masseria Tagliatella, sito dell'incantevole Ninfeo delle Fate.
Per i leccesi questa cava è stata sempre conosciuta come "Le tajate".

Da quando, dopo il recupero, ho avuto modo di scoprirla è diventata una delle mie mete leccesi preferite che raggiungo in bicicletta. Sono oggetto delle mie foto per via del loro valore simbolico che le rende irrinunciabili all'obiettivo fotografico.

Nella foto si possono individuare le tracce lasciate dai cavatori, i fori che servivano a fissare assi e pioli di legno o utilizzate come rudimentali scale. La pietra veniva quindi segnata da scanalature in orizzontale e verticale,  nelle quali venivano inseriti dei cunei di legno che successivamente venivano bagnati in modo da gonfiarli fino a staccare il blocco del concio che in genere si staccava seguendo la venatura naturale.
I segni lasciati sulle pareti sono memoria storica che la pietra testimonia.

Si dice che lo Yin sia passivo, femminilità, freddo, notte, luna mentre lo Yang sarebbe attivo, maschile, caldo, giorno, sole in un ciclo eterno dove ognuno contiene il seme dell'altro.
Nella cava, l'attività dello scavo (Yin) per innalzare (Yang) rispondono all?intrinseca natura dove la madre roccia dona all'uomo la materia con cui innalzare la bellezza.

Vista nella fotografia quella parete di roccia non sembrerebbe nemmeno naturale ma la parete esterna di un manufatto, liscia e lucida. La pietra leccese è tenera e lavorabile ma quando esposta alla luce del sole diviene dura e lucida (Ancora l'equilibrio ciclico tra Yin e Yang).
Il taglio di conci, sormontato da un olivastro, si erge come un altare laico in celebrazione del duro lavoro del cavatore di pietra.

Attività nobile:
Appoggiare la bicicletta a un muretto, sedersi su un "taglio" all'ombra di un imponente lauro e leggere un buon libro.