22 gennaio 2026

Porta del Nulla



Su un ciglio della strada, la Porta del nulla si offre allo sguardo senza chiedere di essere capita. Due pilastri di cemento e una trave, anch’essa di cemento: nessuna decorazione, nessuna iscrizione, nessuna promessa. È una forma primaria, quasi un errore di costruzione rimasto lì per distrazione, o per ostinazione. Dietro, non un edificio, non un cortile, non un percorso. Solo una fitta boscaglia, piante diverse che si accavallano senza ordine, infestanti comprese, come se la natura avesse approfittato di quell’apertura inutile per riaffermare la propria indifferenza.


Questa porta non introduce, non separa, non protegge. Non è soglia, perché la soglia presuppone un prima e un dopo, un dentro e un fuori. Qui non c’è che il vuoto concettuale: un varco che non conduce a nulla e che, proprio per questo, diventa assoluto. La sua presenza è muta ma ostinata. Il cemento, materiale del definitivo e dell’irrevocabile, congela l’inutilità in una forma stabile, rendendo permanente ciò che normalmente sarebbe transitorio o provvisorio.


La porta del nulla rifiuta la funzione, e nel farlo si sottrae al linguaggio consueto dell’architettura. Non serve, non indica, non rappresenta. È lì. E questa semplice esistenza, priva di scopo, la rende paradossalmente eloquente. In un mondo che chiede a ogni oggetto di giustificarsi, di essere utile o simbolico, questa installazione si sottrae a entrambe le richieste. Non è metafora dichiarata, non è monumento, non è rovina. È un gesto minimo che interrompe la continuità del paesaggio e introduce una domanda senza risposta.


Guardarla significa confrontarsi con l’idea che non tutto debba significare qualcosa. Che il vuoto non sia sempre mancanza, ma talvolta scelta. La porta del nulla non invita a passare: invita a fermarsi. A riconoscere che anche l’assenza può avere una forma, e che quella forma, silenziosa e inutile, può bastare a se stessa.

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