Nel febbraio del 1979 avevo lasciato da poco l'Università. Volevo dare concretezza al mio futuro attraverso un lavoro. Concorso alla Manifattura Tabacchi come perito elettrotecnico.
Avevo cominciato a correre in bicicletta. Percorrevo quasi quotidianamente le strade della mia provincia e avevo cominciato a cimentarmi con qualche gara senza esiti apprezzabili.
Nel febbraio del 1979 il mio Salento era un fantasma. Sconosciuto. Un non-territorio, un buco nero della penisola. Non avrei mai immaginato di doverlo, un giorno, abbandonare.
Nel febbraio del 1979 prendeva il potere, in Iran, l'ayatollah Ruhollah Mustafa Mosavi Khomeyni. Negli anni successivi, Abbas, convinto sostenitore dello Scià, dovette fuggire, ricercato dal nuovo regime e tradito dal vecchio. Il fratello, Javad, militante del Tudeh, il partito comunista, in perenne lotta contro ogni regime, venne arrestato e fucilato. Il terzo fratello, Alì, fervente sostenitore del regime islamico, in fuga a Parigi, disilluso dal nuovo regime nel quale aveva creduto con convinzione. Parì. la loro sorella, fino all'ultimo aveva cercato di tenere unita quella famiglia che sotto i colpi della Storia si sgretolava progressivamente fino alla tragica implosione che fu la stessa di tutto l'Iran, questa grande e bella Nazione.
Tre fratelli, tre destini divergenti, prigionieri nella gabbia delle loro ideologie ma accomunati tutti nel medesimo tragico epilogo di sangue.
Non mi succedeva da tempo di commuovermi fino alle lacrime per un romanzo.
La gabbia d'oro è quella nella quale i tre fratelli imprigionano le loro rigide ideologie fino a diventare nemici tra loro.
Abbas, che morirà suicida, negli Stati Uniti quando al tradimento del suo Scià si sovrapporrà la scoperta del primogenito omosessuale. Javad, fucilato per non aver voluto ripudiare il senso del suo lottare.
Alì, infine, che quando si scoprirà tradito dalla rivoluzione alla quale aveva affidato la sua vita, fuggirà in Francia dove verrà raggiunto da un sicario.
E con i genitori morti di crepacuore, toccherà alla femmina, Parì, lottare fino all'ultimo per cercare di tenere vivo il senso di quella famiglia travolta dagli eventi.
(rodolfo)