Il bisogno reciproco

Un giorno, non molto tempo dopo aver cominciato a lavorare per Gould, Edquist arrivò arrivò di buon mattino e iniziò ad accordare il pianoforte per un programma televisivo che Gould stava facendo alla CBS. Edquist si accorse che i tasti del 318 erano sporchi, addirittura un po' appiccicosi, come se qualcuno ci avesse spalmato sopra una ditata di marmellata. Decise pertanto di pulirli. Prese dei tovagliolini di carta e del detersivo per piatti e li strofinò, facendoli diventare lucidi e lisci: proprio come nuovi, con immensa soddisfazione di Edquist. Ma non di Gould. Quando quest'ultimo arrivò per la sessione di registrazione, si sedette al pianoforte, cominciò a suonare, e avvertì subito che i tasti erano diversi. Si fermò, si alzò e chiese a Edquist cosa fosse successo alla tastiera. Il rimprovero che Edquist ricevette lo colpì soprattutto per il tono. Gould disse seccamente: "Non farlo più". Edquist si sentì come un bambino piccolo che, con le migliori intenzioni, avesse pulito l'argenteria con il detersivo in polvere, solo per essere punito anzichè lodato. L'accordatore però capì la reazione di Gould e ne ebbe rispetto. Comprese allora che quel pianoforte era diventato parte integrante di Gould e che i tasti appiccicosi, che Gould preferiva a quelli lisci, erano una componente necessaria del canale che univa la mente di Gould ai suoni che emergevano dallo strumento.

[Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto, Katie Hafner, pag 127]


Il genio stravagante, l'accordatore cieco e un vecchio pianoforte si incontrano a Toronto dando inizio a una serie di eventi attraverso i quali prende corpo quella che è una vera e propria storia d'amore benedetta dalla Musica. L'amore per il pianoforte di Charles Verne Edquist e l'amore per quel pianoforte, lo Steinway CD318, un po' in disarmo, intrecciano il destino dei due uomini. Un viaggio affascinante nei mille particolari del pianoforte guidati dalle manie di Gould, teso alla ricerca di uno strumento che docilmente ricevesse le sue dita nell'esatto modo che il musicista desiderava e dalla talentuosa pignoleria di artigiano di Edquist capace di sentire la nota perfetta o avvertirne ogni infinitesima variazione.

Il rapporto tra un musicista e il suo strumento è il costante tentativo di risolvere la dicotomia tra i due, il desiderio di assimilare quel corpo estraneo fino a renderlo parte del proprio corpo. Questo processo emerege chiaro, nel libro, attraverso la spossante ricerca, da parte di Gould, del pianoforte perfetto, delle continue modifiche allo Steinway che il musicista costringe Edquist a effettuare nel tentativo di assoggettare ogni parte della complessa meccanica alle proprie esigenze creative.
Questo viaggio che i due protagonisti intraprendono all'interno del pianoforte si carica di fascino pagina dopo pagina lasciando rapiti per quel connubio che si crea tra arte e artigianeria tra la musa di Gould, la talentuosa manualità di Edquist e il bisogno reciproco.

Le immagini rappresentano Glenn Gould
Il libro, Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto, è scritto da Katie Hafner e pubblicato, in Italia, da Einaudi

Carne viva


Appoggio la tazza del caffè appena bevuto e sparo la domanda a bruciapelo:

Ti ricordi di Angela, la dirimpettaia di via Matteotti?

Avevo dodici anni quando traslocammo da via Matteotti e dal piccolo mondo di facce e vite che racchiudeva.

Che fine ha fatto?

Angela...

Si, si chiamava così, non ricordi?

Angela rimase aggrovigliata tra le spire dei miei tormenti adolescenziali, naufragata nelle tempeste ormonali

Angela...Ah! Oh si, è morta, poverina, un tumore al seno. Se ne è andata in pochi giorni.

Sono nato in un piccolo paese che ho smesso di frequentare da oltre quindici anni.
Quando, raramente, mi capita di ripercorrere le sue vie sono sempre brevi passeggiate che si rivelano ben presto piccoli viaggi a ritroso nel tempo, seduttivi balletti con la memoria.
In queste occasioni provo l'esperienza del morto vivente, la sensazione di una specie di invisibilità che mi consente di osservare da un punto di vista estraneo al contesto le trasformazioni, i cambiamenti che il paese ha subito nel periodo della mia assenza.
Mi perdo in volti sconosciuti ma anche quelli conosciuti portano i segni del rimodellamento che il tempo ha operato su di loro. Entrambi proiettano su di me un senso di irreversibile straniamento.
Per questo, tutte le volte, non posso fare a meno di cogliere, in questì viaggi lungo i rivoli sparsi della memoria, la viva esperienza della mia morte.
(D'altronde è noto che partire è un po' morire...)

Grumo di ricordo piantato sulla distanza che separa il rimpianto dal sogno,
sei ora.
Carne viva consumata nell'attimo lasciato marcire tra le infinite partenze.
Un giorno, saluterai il mio ritorno con un fiore dai languidi petali
di tempo.

[Salento, 23 agosto 2009]

Teresa (omaggio a Federico Garcia Lorca)



La messa è finita. Andate in pace.
L'improvviso brusio liberatorio dei fedeli mi svegliò dal sogno.
Oh Teresa, Teresa popputa,
la tua bianca pelle liscia. Teresa velo e gonna e calze e tutto nero vestita
e pelle bianca bianca.
Teresa che di guardarla uno non si stanca nè io mi stancavo.
Teresa ritta in piedi culo a poppa e tette a prua e che labbra di rossetto acceso, la vedovella. Teresa in ginocchio, che gioia a guardarti,
Teresa del mio sacrificio, ecco il mio sangue offerto in memoria di te.
Io ti seguivo in silenzio, Teresa, e seguivo l'oscuro canale tra i seni fino a vederlo perdersi oltre l'orlo della camicetta, dritto verso l'enigma del mondo,
Teresa dall'orlo proibito, l'orlo del polso candido, mani di porcellana pelle di seta d'oriente,
gonna danzante che carezza il ginocchio incantato.
Teresa, rosario tra le mani e lucifero tra le cosce nascoste.
Io seguivo la tua danza sfacciata, o inconsolabile, la tua danza di passi perduti lungo la via di casa, perduto pure io, perduto oltre l'orlo inquieto della gonna di pece. Quale sogno nascondeva il ventre di suora pagana mentre il tuo passo perdeva per strada, come uno straccio,
la mia innocenza.


Immagine dell'artista messicana Teresa Margolles
Ho scritto di getto pensando alle poesie erotiche di Federico Garcia Lorca

Confini (Cartolina dal Salento #3)

Sull'ultimo numero di Diario si parla di confini. Confine è la parola che campeggia in primo piano e rimanda al viaggio seducente che prende corpo tra le sue pagine dove il confine viene sviscerato attraverso i mille confini del mondo e non solo quelli geografici.

Rifletto sulla parola: confine. Un termine che nel suo significato profondo rimanda a un'idea di unione, incontro e che invece è ormai percepito in termini di scontro, differenziazione, conflitto. Cum finis: l'idea di un punto che ci separa ma nel contempo ci appartiene e condividiamo.


Otranto è città di confine per antonomasia. Baluardo d'occidente che un sottile braccio di mare separa dall'oriente. Il mito della resistenza cristiana ai Turchi, significato dai resti ossei dei martiri.

Otranto e la sua luce misteriosa, quella della controra, descritta in un bel romanzo da Roberto Cotroneo. Luce di confine anch'essa, a ridosso di due fusi orari, di acuta luminosità per uno e delicato crepuscolo per l'altro. Una luce spiazzante per chi non fosse troppo avvezzo a quei luoghi.


Ho il ricordo di certi risvegli di dardi sottili filtranti tra le imposte e i richiami dei venditori ambulanti a scuotere la pigra indolenza del primo mattino e se ho dita e fiato da impegnare intorno a un clarinetto è solo perchè il suono che che mi regala assomiglia al vento improvviso che si insinua danzando

tra le ampie scogliere adriatiche.



Ugna te terra angulu te tiempu

ddù lu sciroccu scacca

ùmide ampate t'aria e rrena russa,

l'uecchi ne nciccia, llippa li pensieri

e ncafurchiati 'ntra li cuti pàtenu

arviri

sturtigghiati crucifissi.

Salentu

ddunca la vita è ppòtesi

(ni etìmu crai ci ole Diu ccampamu)

e ccurullariu ete lu spettare,

longa ne scanta 'n'agunìa te senzi

le ure ca se ncàddanu alle ure.

Fili filoru/ curpe e rimorsi mmertecamu a rretu

e ttuttu è ssotu

e lle parole tinte te papagna

sutt' a stu celu cecatu te luce.

Note
Le paturnie sono le mie
Diario è un'ottima rivista quindicinale
Le immagini sono del grande Luigi Ghirri
La traduzione in italiano della poesia è qui
(rodolfo)

Contrappunto

La solitudine dell'artista.
Uno era l'artista remoto, d'indole ellittica, che conduceva una vita separata dal resto del mondo.
L'altro si nascondeva dietro i suoi mille cappelli e, danzando, erigeva muri di mistero.
Uno si ritirò a trentun anni, affascinato dalla possibilità indotta dalle moderne tecniche di incisione.
L'altro passò chiuso in casa, coltivando la sua follia, gli ultimi dieci anni di vita.
Lo strumento musicale separa l'artista dal mondo e lo separa tanto più quanto più sembra porlo in sintonia con esso. E' l'illusione della musica, sono le due strade divergenti che artista e pubblico percorrono nell'illusione di percorrere la stessa strada.
Il grazioso volumetto di Don De Lillo si intitola Contrappunti, edito da Einaudi. Prendendo spunto dall'analisi di tre film, un libro e una vecchia fotografia, compie un viaggio intrepido dentro l'inaccessibilità di Glenn Gould e Thelonious Monk proponendosi di scandagliarne le ragioni a partire dall'analisi dei film e facendosi aiutare dalle parole di un importante scrittore.
Che l'isolamento della mente umana sia veramente la direzione verso cui tutti tendiamo, come sostiene Thomas Bernhard?
Che suonare sia, infine, il modo migliore di piastrellare le pareti di questa stanza misteriosa?



I cappelli di Monk erano famosi. Ma quando smise di suonare ripose anche quelli. Se ne stava in piedi in una stanza a digrignare i denti, o fissando un muro, o camminando da una parete all'altra, rifiutandosi di parlare.
Danni, deficit e disfunzioni del sistema nervoso centrale, secondo un medico, probabilmente causati da una lunga dipendenza dalle droghe.
Ma periodi di turbe si erano verificati molto prima che si ritirasse dalla vita pubblica. In un club di Boston una volta rimase seduto immobile al piano, tenendo premuti i tasti senza produrre suono, per un tempo così lungo che i suoi musicisti finirono per abbandonare il palco. Udiva qualcosa che loro non udivano.[pag 22]

Alla fine di Trentadue piccoli film, una sagoma avanza sul permafrost allontanandosi dalla cinepresa e verso l'orizzonte ghiacciato. Il cielo è grigioazzurro e rosa sbiadito e l'immagine incarna l'idea del Nord.
Nel 1977 furono lanciate Voyager 1 e 2, due sonde spaziali americane che ora si trovano ai confini del Sistema Solare, a tredici miliardi di chilometri dalla Terra, i primi oggetti difabbricazione umana a penetrare nello spazio profondo. A bordo, tra altri manufatti, c'è una registrazione di Glenn Gould che suona un breve preludio di Bach.

"Siamo esseri intelligenti, esperti in matematica e capaci di organizzare nel tempo sequenze coerenti di suoni al fine di produrre una composizione denominata musica, una forma d'arte che per verità, eccellenza, originalità e altre qualità indefinibili produce, nella mente e nei sensi di chi la ascolta, un piacere trascendentale chiamato bellezza."

Ecco il messaggio per chi si trova là fuori, a una distanza che solo la morte può misurare [pag 32]


I film