Il tempo, come passa, se passa...


In questa foto di Ugo Mulas è ritratto l'artista americano Jasper Johns. E' un'immagine di Manhattan del 1964 immersa in una tenue tonalità rosa. Osservandola, ho immaginato che quel rosa non fosse un effetto dell'imminente tramonto newyorkese ma i bagliori del fuoco della rivolta negra che in quegli anni avvampava la Mela. Ho creduto di sentire il sassofono di Eric Dolphy o forse Coltrane piuttosto che Ayler, echeggiare nel cielo di Mulas.
E mi ha colpito la dimensione contemporanea di Johns, nella posa, nell'abbigliamento o i capelli, una dimensione che mi fa riflettere sul tempo che passa, su come e su se...
Se non fosse per quel maglione...

Intrecci mnemonici nelle foto di Ugo Mulas

Si può partire dalle banali e quotidiane operazioni di pulizia del clarinetto per riflettere sulla propria memoria. Sulle memorie. 
Durante quei gesti usuali ci si sorprende a riflettere sull'intrinseco collegamento fra suono e natura, soffio e legno. 
Suonare è esercizio di intima memoria. Il movimento delle dita sembra rispondere a una sua propria decisione, a un'autonoma sapienza rispetto alle quali, io che suono mi riduco a semplice spettatore. La memoria del vento, del legno e della mano.

Memoria è poi questo sfogliare stupito del poderoso catalogo di Photocolors, sublime mostra tenutasi al GAM di Torino qualche tempo fa e che ha reso disponibili alla delizia degli occhi le bellissime fotocolor e diapositive che Ugo Mulas ha prodotto parallelamente al lavoro in bianco e nero, quest'ultimo assai più noto.
Stupende e inaspettate, le foto di Mulas che hanno generato, negli anni seguenti, un Luigi Ghirri.
Cariche di schegge di memoria. 
Nella documentazione della Storia, il colore regala all'osservatore l'emozione della sua maggiore capacità descrittività e resistenza all'ineluttabilità del farsi simbolo.
Le guardo con emozione queste foto che sembrano annullare ogni distanza temporale e mi immergono nella Storia fino a farmi quasi sentire aromi e atmosfere come se fossero possibili qui e ora.
La fotografia a colori di Ugo Mulas è arte ai massimi livelli, colore manipolato e atmosfere oniriche ma anche documentazione, partecipazione e realismo. 
La sapienza del muoversi su  questi due piani paralleli carica le immagini di un valore universale dove segni e simboli si intrecciano, capaci di regalare complessità interpretative seducenti.

Corale sentimento di memoria è anche il bellissimo libro di Enrico Deaglio, Patria 1978 2008. Lo leggo a piccole dosi, lo uso come una macchina del tempo che mi permette di planare su eventi che nel corso degli anni hanno costruito il lento divenire dell'Italia di oggi. Leggendo, intreccio quelle storie, così come emergono dal letto della mia memoria, con la storia della mia seconda vita, quella parte di me che è nata il 10 giugno 1982.


Parlo di due libri...
Patria 1978 2008, di Enrico Deaglio, Il Saggiatore 2009
La scena dell'arte, photocolors, di Ugo Mulas, Electa 2009

...e di alcune persone:
Enrico Deaglio, Ugo Mulas, Alberto Burri, Lucio Fontana, Renato Guttuso, Luigi Ghirri

e di un clarinetto, del GAM di Torino, della mia doppia vita...

Cartolina dal Salento #2

L'unico motivo di questa corsa in autostrada: essere nel punto esatto in cui mi trovo. seduto su uno scoglio che punta sul mare a farmi ipnotizzare da una risacca indolente come il Salento di Bodini sotto una luce netta e spigolosa come sa essere quella che taglia la controra otrantina. Ed estraggo dalla tasca un'agendina e una penna che voglio scrivere il pensiero veloce come un lampo. Prima che scappi via.

Mele e manna zuccaru a 'ncanna
e cinca nun bole sangu allu core

Ogni ritorno è un pezzo di vita che si perde e rende insopportabile la malinconia. Un lusso faticoso da gestire.
Nel 1964 lasciammo il Piemonte per tornare a sud. Mio padre aveva comprato una Topolino di seconda mano per conto di un suo cognato e decise di intraprendere il viaggio a bordo del nuovo acquisto. In cinque dentro una Topolino per 1200 chilometri di strade indecise e faticose chè l'autostrada era ancora di là da venire. Fu un massacro di venti ore polverose mentre mia madre urlava terrorizzata ogni volta che la piccola utilitaria sfiorava gli strapiombi abbruzzesi lungo tornanti ai quali lei, donna di pianure salentine, non era  abituata.  
Una parte della mia vita, indubbiamente. Una parte dalla quale non il tempo che è passato ma questa modernità in coma sembra avermi staccato inesorabilmente.
Ho attraversato il tempo in cui un viaggio si fissava indelebile nella memoria per approdare al quello in cui i viaggi non lasciano più segni apprezzabili poichè viviamo un'epoca che  ci priva della sostanza del vissuto.


Immagini
Ho scattato quando ho visto che la ragazza col cane si fermava a contemplare il mare. Mi è sembrata una composizione così mirabile che sarebbe stato un vero peccato farla inghiottire dal tempo...

Cartolina dal Salento #1

Lo stradone diritto attraversa il grande ponte sul quale scorre la Statale 101.
E' una violacea alba invernale tagliata da una tramontana che in questi luoghi sa essere affilata come un bisturi.
Sopra il ponte, lungo la statale, scorre il traffico mattutino dei pendolari verso il capoluogo e degli autoarticolati diretti al Nord, il cui passaggio batte sulle giunture della carreggiata il ritmo lento di una musica assurda.
Sotto il ponte, a ridosso del grigio muro portante in cemento armato, stinti manifesti semisvolazzanti, residui di passate competizioni elettorali, tra un "Bari merda" e un "Dio c'è" urlati a vernice blu. Più in là un cassonetto della spazzatura ormai colmo, coperchio semiaperto, e alcuni sacchetti neri che non avendo trovato posto all'interno del contenitore sono stati adagiati ai suoi lati.
E sui sacchetti, scaraventato come un rifiuto da una macchina in corsa nella notte, un tragico fantoccio, appena ventenne, un foro nella tempia.Immagine
Isabella Balena




Nel febbraio del 1979

Nel febbraio del 1979 avevo lasciato da poco l'Università. Volevo dare concretezza al mio futuro attraverso un lavoro. Concorso alla Manifattura Tabacchi come perito elettrotecnico. 
Avevo cominciato a correre in bicicletta. Percorrevo quasi quotidianamente le strade della mia provincia e avevo cominciato a cimentarmi con qualche gara senza esiti apprezzabili.

Nel febbraio del 1979 il mio Salento era un fantasma. Sconosciuto. Un non-territorio, un buco nero della penisola. Non avrei mai immaginato di doverlo, un giorno, abbandonare.

Nel febbraio del 1979 prendeva il potere, in Iran, l'ayatollah Ruhollah Mustafa Mosavi Khomeyni. Negli anni successivi, Abbas, convinto sostenitore dello Scià, dovette fuggire, ricercato dal nuovo regime e tradito dal vecchio. Il fratello, Javad, militante del Tudeh, il partito comunista, in perenne lotta contro ogni regime, venne arrestato e fucilato. Il terzo fratello, Alì, fervente sostenitore del regime islamico, in fuga a Parigi, disilluso dal nuovo regime nel quale aveva creduto con convinzione. Parì. la loro sorella, fino all'ultimo aveva cercato di tenere unita quella famiglia che sotto i colpi della Storia si sgretolava progressivamente fino alla tragica implosione che fu  la stessa di tutto l'Iran, questa grande e bella Nazione.
Tre fratelli, tre destini divergenti, prigionieri nella gabbia delle loro ideologie ma accomunati tutti nel medesimo tragico epilogo di sangue.

Non mi succedeva da tempo di commuovermi fino alle lacrime per un romanzo.


La gabbia d'oro è quella nella quale i tre fratelli imprigionano le loro rigide ideologie fino a diventare nemici tra loro.
Abbas, che morirà suicida, negli Stati Uniti quando al tradimento del suo Scià si sovrapporrà la scoperta del primogenito omosessuale. Javad, fucilato per non aver voluto ripudiare il senso del suo lottare.
Alì, infine, che quando si scoprirà tradito dalla rivoluzione alla quale aveva affidato la sua vita, fuggirà in Francia dove verrà raggiunto da un sicario.
E con i genitori morti di crepacuore, toccherà alla femmina, Parì, lottare fino all'ultimo per cercare di tenere vivo il senso di quella famiglia travolta dagli eventi.

(rodolfo)