26 marzo 2026

Notturno, 2025






Santa Maria al Bagno è una località di estrema dolcezza, di indole serena, abbarbicata intorno a una piccola baia con spiaggia delimitata a nord e a sud da una scogliera bassa dalle acque cristalline. La strada che porta verso nord, Santa Caterina, costeggia da una parte la bassa scogliera tra lingue di terra che penetrano il mare e piccole insenature mentre dall'altra parte è una sequenza di ville molte delle quali risalenti ai primi decenni del '900, appartenute e spesso ancora appartenenti ala piccola borghesia agraria della provincia, ora diventata negli eredi imprenditoriale.
Il nucleo del paesino, nel suo centro, viceversa accoglieva e ancora accoglie per immutata tradizione villeggianti piccolo borghesie lo più appartenenti al ceto impiegatizio. 
Santa Maria al Bagno è stata negli anni '60 la località di villeggiatura privilegiata dei miei compaesani e, ovviamente, dei miei famigliari.
Conservo ancora foto di mio padre impegnato in pericolosi esercizi acrobatici sulla scogliera, i genitori affettuosamente abbracciati. Ricordi intensi.

Le foto sono oggetti che parlano 
di morte ai vivi,
del tempo passato.
Sono memoria e antimemoria,
memoria che nella sua forma
racchiusa in cornice
collide con l'altra, quella
che organizza i nostri ricordi
nel mondo della fantasia.
Banalizzandoli
fallisce il tentativo
di richiamarli





Rodolfo Marotta

21 marzo 2026

Xylella Blues, 2025


In questa fotografia vedo molto Salento in forma di metafora:
L'ulivo morto con i suoi rami protesi verso il cielo inutilmente, circondato da polloni e ovoli anch'essi col tempo destinati ad immolarsi al batterio assassino. In primo piano, un classico muretto a secco riparato nella sua cresta da blocchi di tufo.
Sono rappresentati arcaicità e sofferenza in questa foto che non esprime alcun tratto di modernità, una scena senza tempo dove l'unico elemento che la riporti ad una determinata collocazione storica è proprio la morte, quella di un albero così come degli altri che si intravedono sullo sfondo.

Faccio i conti con una tragedia che ha completamente sconvolto l'assetto del territorio delle mie radici. la natura ha annullato un lavoro secolare di costruzione di una struttura paesaggistica per certi versi unica in Italia, riconoscibile a prima vista. Quel lavoro secolare in meno di un ventennio è stato modificato attraverso l'eliminazione della sua principale caratteristica, l'ulivo.
Le mie foto esprimono quella che possiamo definire un'estetica del nuovo paesaggio post xylella dove l'ulivo acquista figura antropomorfa e sembra diventare quasi un guerriero morente, sembra esprimere un urlo disperato.







Rodolfo Marotta

18 marzo 2026

Dal finestrino del treno in corsa, 2025



Questa foto è stata scattata dal finestrino del treno in corsa, un giorno che mi recavo nell'amata Puglia, l'ennesimo viaggio di uno spatriato.. i paesaggi che vengono colti da un treno in corsa hanno il fascino dell'imprevisto e la magia del viaggio. E' la foto del viaggiatore, più di qualunque immagine scattata a monumenti o luoghi esotici, è la rappresentazione del viaggio come divenire.

Quante volte ho percorso questa linea?
La prima volta credo fu nel 1980 quando mi recai a Torino per partecipare al concorso di assunzione. fu il primo viaggio cosciente al nord. Avevo viaggiato da bambino ma i ricordi erano ormai attenuati dal tempo. da quel primo viaggio le successive occasioni non si contano, le dormite negli scompartimenti, la routine delle fermate, i ritardi, le cuccette con le varie umanità, i riposi precari, quelli mancati, i treni vuoti, quelli affollati, in piedi incorridoio, le deviazioni inaspettate. E' stata l'odissea della mia vita.
Partenza da Milano. A Rimini incontravo il mare che mi accompagnava fino al Gargano, poi spariva per ricomparire a tratti dopo Bari.
Ho visto le spiagge nello scorrere delle stagioni: deserte d'inverno, affollate di bagnanti stressati ma convinti di riposarsi, d'estate, luoghi di passeggiate, corse e natura nelle mezze stagioni. Il mare vive la sua stagionalità, ora calmo come una tavola, ora grigio e minaccioso, quando spinto dal vento scarica la sua corsa sulla terra (talvolta vicinissimo al treno in corsa).

Chissà che non sia dipesa proprio da quei viaggi erranti, dallo sguardo che indugiava lontano, verso una Jugoslavia immaginata poi, col tempo e con le guerre diventata Croazia. Sono passato che il mare era calmo ma di là c'era una guerra, la tragedia, la sofferenza.
Chissà che non sia dipesa da quel guardare, sognare, immaginare, la mia attrazione per l'orizzonte.








Rodolfo Marotta