Carcere di Neulengbach, 16 aprile 1912

Finalmente! Finalmente! Finalmente! 
finalmente un sollievo alla pena! Finalmente carta, matite, pennelli, colori per scrivere, disegnare. Le ore confuse e desolate erano un tormento, quelle ore uguali, informi, noiosamente grigie che dovetti trascorrere tra mura fredde e nude, spogliato di tutto come un animale.
Un uomo più debole interiormente sarebbe subito impazzito e anch'io sarei diventato pazzo se avessi dovuto continuare ancora a lungo in quello stato di continua ebetudine. Perciò, nella condizione in cui mi trovo, sradicato con violenza dal mio terreno creativo, con dita tremanti inumidite nella mia saliva amara, mi sono messo a dipingere per non impazzire del tutto. Servendomi delle macchie nell'intonaco ho creato paesaggi e teste sulle pareti della cella, poi osservavo il loro lento asciugarsi fino a impallidire e sparire nella profondità del muro, come fatti sparire dall'invisibile potenza di una mano incantata.
Ora per fortuna ho di nuovo il materiale per disegnare e scrivere; mi è stato restituito perfino il mio pericoloso temperino. Posso dipingere e così sopportare ciò che altrimenti sarebbe stato insopportabile. Mi sono sottomesso e umiliato per averli, ho chiesto, pregato, mendicato, avrei anche piagnucolato se non ci fosse stato altro modo.
Oh Arte! Cosa non sopporterei per te!



[Egon Schiele, Diario dal carcere]

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