La scena iniziale è teatrale e la scrittura sembra quella di una sceneggiatura. Viene descritto il set: una stanza vuota di ogni ornamento se si esclude una vecchia fotografia in bianco e nero colorata a mano.
La camera è piccola. Rettangolare. E' soffocante nonostante le pareti chiare, color ciano, e le due tende con motivi di uccelli migratori colti mentre spiccano il volo su un cielo giallo e azzurro. Bucate qua e là, lasciano penetrare i raggi del sole che finiscono sulle righe scolorite di un kilim. In fondo alla camera c'è un'altra tenda. Verde. Senza alcuna decorazione. Nasconde una porta sbarrata. O un ripostiglio.
In queste prime parole è descritta non solo la location entro la quale si snoda il racconto ma anche quasi tutti i dispositivi che andranno a determinare le vicende.
La scrittura è secca, sincopata, di ritmo veloce e priva di fronzoli, per questo attraente.
In mezzo alla stanza un giaciglio sul quale giace un uomo, lo stesso ritratto nella vecchia foto alla parete, incosciente, con un proiettile conficcato nella testa, e la moglie che lo assiste. Si odono voci all'esterno che rimandano ad altri personaggi, due figlie, una vecchia vicina di casa dalla tosse secca, il mullah.
Il racconto è un lungo monologo della donna.
Quella pietra che nella mitologia persiana si tiene accanto per confidarle tutto quello che non si può rivelare a nessun altro. Riversando su di lei i propri malesseri, sofferenze, dolori, miserie. La pietra ascolta, assorbe come una spugna tutte le parole, tutti i segreti finchè un bel giorno non esplode. E quel giorno saremo liberati. (Note di copertina)
Ed è evidente che la pietra di pazienza della donna sia proprio il marito che giace incosciente sul giaciglio.
E' lei che gli parla e prega, legge il Corano e sgrana il suo rosario dalla mattina alla sera. Ma quelle parole cominciano a prendere poco a poco un senso inatteso. Cominciano a scavare nella sua carne per tirare fuori da essa sostanze inaspettate di una coscienza che, mai del tutto sopita, prende a emergere in modo via via più consapevole e dirompente. Si compie il processo attraverso il quale la donna si libera dalla sua storia.
Vivevo con il tuo nome. Non ti avevo nemmeno visto, nè sentito, nè toccato prima. Avevo paura, paura di tutto, di te, del letto, del sangue. Ma era anche una paura che mi piaceva. Sai, quella paura che non ti allontana dal tuo desiderio, ma al contrario ti esalta, ti mette le ali, benchè ti possa bruciare. Era questa la paura che avevo. Giorno dopo giorno cresceva dentro di me, mi invadeva il ventre, le viscere...il giorno prima del tuo arrivo si è sfogata. Non era una paura blu. No. Era una paura rossa, rossa di sangue. [...] Le mestruazioni capitavano a proposito. Benchè fossi vergine , avevo paura. Mi domandavo che cosa sarebbe successo se quella sera non avessi perso sangue.
La sua mano si agita nell'aria come se cacciasse una mosca.
sarebbe stata una vera tragedia. Avevo sentito tante storie al riguardo. Mi potevo immaginare di tutto.
In tono canzonatorio:
Era un'idea geniale, no?, far passare il sangue impuro per il sangue della verginità...
Si distende e si rannicchia contro l'uomo:
Non ho mai capito perchè per voi uomini l'orgoglio sia così legato al sangue.
La mano si leva ancora in aria. Le dita si muovono. Come se facesse segno a una persona invisibile di avvicinarsi.
Ma ti ricordi quella sera all'inizio della nostra vita insieme, quando eri tornato a casa tardi...Ubriaco fradicio. Avevi fumato. Io mi ero addormentata. Senza dirmi una parola, mi hai abbassato i pantaloni. Mi sono svegliata. Ma ho fatto finta di dormire profondamente. Mi hai ...penetrata...Hai goduto per bene...ma quando ti sei alzato per andarti a lavare, ti sei accorto che avevi del sangue sull'uccello! Sei tornato indietro, furibondo, e in piena notte mi hai picchiata solo perchè non ti avevo detto che avevo le mestruazioni. Ti avevo insudiciato!
ridacchia.
Avevo fatto di te un impuro!
La mano afferra nell'aria i ricordi, si richiude e scende per sfiorare il ventre chesi gongia e si distende a un ritmo più veloce di quello del respiro dell'uomo.
Con un gesto brusco, fa scivolare la mano verso il basso, sotto il vestito, tra le cosce. Chiude gli occhi. Fa un respiro profondo e doloroso. Affonda con violenza le dita fra le gambe, come se vi stesse conficcando una lama. Trattiene il fiato e tira fuori la mano con un grido soffocato. Apre gli occhi e si guarda la punta delle unghie: sono bagnate. Bagnate di sangue. Rosse di sangue. Mette la mano davanti al corpo assente dell'uomo.
Guarda! E' sempre il mio sangue, pulito. Che differenza c'è tra il sangue mestruale e il sangue pulito? Che cosa c'è di ripugnante in questo sangue?
La mano scende vicino al naso dell'uomo.
Tu sei nato da questo sangue! E' più pulito del tuo, di sangue
Letture
Atiq Rahimi, Pietra di pazienza, Einaudi 2009
Immagini
1-copertina del libro (Thomas Dworzak)
2- ritratti di donne afghane (anonimo)


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